L’uso del preservativo per prevenire la diffusione dell’Aids, specialmente in Paesi del Terzo Mondo o comunque in via di sviluppo, dovrebbe essere considerato davvero il minimo sindacale. Di recente era sembrato di intravedere qualche leggera apertura da parte di Benedetto XVI (solo in singoli casi, da parte di chi si prostituisce), ma la vicenda di padre Valeriano Paitoni, un missionario italiano che da 33 anni in Brasile assiste bambini e adolescenti contagiati fa segnare un deciso passo indietro. Dopo essere stato ammonito in passato a causa di questo suo atteggiamento “ribell”, il frate ha infatti appreso di dover lasciare l’Istituto Missioni della Consolata, per rientrare in Italia. Il suo trasferimento ora mette in pericolo la sopravvivenza degli asili per giovani contagiati dal virus Hiv (evidentemente la Chiesa tiene più al rispetto delle sue obsolete indicazione che alla vita di tanti poveri bambini sfortunati), e i parrocchiani sono scesi in piazza in sua difesa. C’è da ricordare che il Brasile è un paese con 600.000 ammalati di SIDA (come si chiama l’AIDS dalle loro parti), il numero più alto di tutta l’America latina, questo nonostante il governo di Lula abbia attaccato frontalmente il problema distribuendo milioni di test rapidi (in grado di verificare in 15 minuti e con una sola goccia di sangue se il paziente ha contratto gli anticorpi della malattia, senza inviare i campioni ad alcun laboratorio) e miliardi di preservativi. Il Brasile è infatti il Paese in via di sviluppo con il più vecchio, ampio ed efficace programma di trattamento dell’AIDS, che dura ormai da un decennio e consente l’accesso libero e universale ai farmaci. È incredibile che, per una volta che il governo di un Paese fa qualcosa di buono, ci debba essere comunque qualcuno a mettere i bastoni tra le ruote: in questo caso un’organizzazione nei fatti oscurantista - e rivolta a garantire un’inesistente vita dopo la morte anziché a tutelare la vita vera, l’unica della quale disponiamo - come la Chiesa cattolica.